JETT: The Far Shore è un videogioco che ha suscitato grande attesa. Da un lato, perché è apparso nella presentazione di PS5 come uno dei titoli che avrebbero accompagnato la console di nuova generazione al suo lancio, dall’altro, l’essere stato annunciato circondato da grandi produzioni di nuova generazione ed essere il secondo gioco di Superbrothers, le aspettative con questo nuovo progetto sono state piuttosto alte.

Il gioco
JETT: The Far Shore ci mette nei panni dei primi esploratori che viaggiano verso quello che sarà il nuovo pianeta della loro specie, un nuovo mondo all’altro capo dell’universo a cui queste persone vanno dopo una chiamata divina che impiega anni a risuonare nella mente di certi privilegiati che hanno saputo cogliere e comprendere il segnale. Giochiamo nei panni di Mei, una pilota di jet scelta non solo per la sua abilità ai comandi, ma anche perché fa parte di una tribù di anacoreti (persone che vivono separate dedicando la vita alla religiosità più ordinata) con un rapporto mistico con detto segnale.
A dirla tutta, la trama di questo gioco tocca temi delicati con una forte componente attuale che non tutti affronteranno allo stesso modo. La sola idea che ci facciano diventare parte di un popolo che si reca alla sua terra promessa seguendo un segnale divino e che, una volta lì, sta per stabilirsi sconvolgendo l’idiosincrasia del territorio stesso è una premessa che non può prescindere dal colonialismo. Soprattutto facilita la riflessione con casi molto specifici che possiamo vedere sui telegiornali ogni giorno, come Israele e Palestina, con un popolo scelto per vivere in uno spazio già abitato. Il modo in cui il videogioco affronta questo problema centrale (e altri problemi attuali, come il cambiamento climatico causato dallo sfruttamento delle risorse su larga scala ) sarà fondamentale per capire cosa vogliono raccontarci con questo lavoro e in che posizione si trovano a riguardo, ma quello che è chiaro è il punto in cui il gioco ci mette: nel ruolo del protagonista della prima squadra di colonizzazione.

Il protagonista di JETT: The Far Shore è diviso in due, in realtà: da un lato controlliamo l’astronave con una telecamera in terza persona e planiamo attraverso l’enorme e bellissimo pianeta da colonizzare, mentre dall’altro controlliamo Mei nel in prima persona quando è il momento di scendere dal jet, per continuare l’esplorazione a piedi o per riposarsi con i compagni e rivedere come sta procedendo la missione. Ecco un interessante doppio gioco tra l’esplorazione fisica che effettuiamo con l’astronave e l’esplorazione emotiva che sperimentiamo durante le conversazioni con i colleghi della colonizzazione, sebbene quest’ultima sia senza dubbio l’asse centrale dell’intero gioco.
Questa colonizzazione, inoltre, è tremendamente attiva con una forte interferenza con l’ambiente. Superbrothers ha definito il vasto mondo aperto di JETT: The Far Shore come “complesso e sistemico” perché cerca davvero di farci sfruttare le risorse del pianeta per risolvere gli ostacoli che incontrano gli esploratori dello spazio. Non lo fa in un modo legato al crafting, tanto meno, ma qualcosa di più simile ai puzzle: su questo nuovo pianeta troveremo animali, piante o incidenti geografici la cui reazione può essere utilizzata per risolvere determinati problemi, qualcosa che scopriremo analizzandolo con il nostro jet.

Gameplay e altro
JETT: The Far Shore è un gioco con molto testo, in modo tale che praticamente ciò che faremo di più è leggere i sottotitoli e le voci nel loro diario di esplorazione. Questo testo è denso e ha l’abitudine di usare parole insolite nel nostro lessico; Invece di dirci che c’è una foresta di grossi rami, per esempio, ci parla di ‘dendriti’, termine usato principalmente in relazione ai neuroni ma che viene applicato anche tangenzialmente a certe formazioni vegetali. Che dire di questo? Che utilizzando un linguaggio così complesso, mescolando parole reali e fittizie, è difficile memorizzare gli elementi che abbiamo per risolvere gli enigmi, che anche gioca contro la sua intenzione di essere un videogioco “sistemico”.
Nella prettamente meccanica, JETT: The Far Shore è un videogioco che conosce bene i propri limiti e sa sfruttarli per trasmettere ciò che vuole trasmettere. Invece di scommettere sull’immensità del cosmo e sulla libertà di esplorarlo, struttura il suo copione in più capitoli (con circa 11 ore di gioco tra di loro) e ci prende per mano indicandoci dove dobbiamo pilotare e a che cosa punti possiamo scendere dal jet: gli scenari in cui possiamo guidare la nave sono molto più ampi mentre quelli in cui giochiamo a piedi sono molto più piccoli.

Inoltre, su PS5 vengono utilizzate la vibrazione tattile del DualSense e i suoi trigger adattivi, che a volte danno buoni risultati ma in altre non si adattano perfettamente e trasmettono solo più caos. JETT: The Far Shore non è un gioco particolarmente chiaro nel suo modo di inviarci informazioni, con molte interfacce e segnali che non capiamo o che sono direttamente inutili, quindi questo aspetto a volte diventa solo più disorientante e lo rende più scomodo alla gestione dell’astronave. Perché se c’è una cosa che spicca di JETT: The Far Shore è la sua grande direzione artistica. Superbrothers ha ancora una volta azzeccato un’atmosfera di misticismo che, questa volta, riesce a coniugare aspetti della fantascienza più tradizionale (astronavi, tute da cosmonauta, interfacce tecnologiche) con uno stile etnico, quasi tribale, che non viene utilizzato solo come cifra stilistica forma ma parla anche dell’universo immaginario dell’opera stessa, del suo background narrativo e della ragion d’essere della missione in cui siamo immersi.
Infine, anche la colonna sonora del gioco è un tassello fondamentale in tutto questo set esoterico. È stato composto da scntfc, il cui lavoro abbiamo già sentito in giochi come Oxenfree, Old Man’s Journey o Afterparty, e con melodie armoniose senza fanfare, il senso di avventura celeste del gioco è stato ulteriormente rafforzato. In questo senso, vale anche la pena evidenziare la buona sezione sonora, a livello di effetti, di cui dispone JETT: The Far Shore. In esso spiccano le voci, con una grande interpretazione del citato linguaggio fittizio, e i suoni travolgenti del pianeta stesso, che ci fanno sentire sopraffatti da una natura sconosciuta.

In conclusione
Non c’è dubbio che JETT: The Far Shore è uno dei videogiochi più peculiari che vedremo quest’anno, soprattutto per quel desiderio di fuggire dalla tradizionale magnificenza dei videogiochi di esplorazione spaziale e scommettere su un molto più minimalista e guidato. Che, insieme alla sua interessante doppia prospettiva, fanno parte dei punti di forza di questo lavoro. Senza dimenticare, ovviamente, la sua carismatica sezione artistica. Ci sono alcuni aspetti che non convincono del tutto, come l’imprecisione dei suoi controlli o la tortuosità della sua scrittura, così come la poca libertà di giocherellare con il suo mondo aperto. Ma alla fine, emana misticismo e ci circonda facilmente con la sua atmosfera, in modo che possiamo concentrarci sulla riflessione con esso grazie agli ovvi paralleli con le questioni attuali.

