Con Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2, Konami torna a mettere insieme alcuni dei capitoli più importanti della storia della saga stealth, costruendo una seconda raccolta che, almeno sulla carta, ha un peso enorme. Dopo una prima collection dedicata soprattutto alle origini della serie e ai primi capitoli della linea Metal Gear Solid, questo secondo volume sposta il discorso verso una fase molto più ambiziosa della produzione di Hideo Kojima.

Il cuore della raccolta è rappresentato da Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, Metal Gear Solid 3: Snake Eater, Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots e Metal Gear Solid: Peace Walker. Quattro giochi che appartengono a momenti differenti della storia della saga e che, messi uno accanto all’altro, permettono di seguire una parte fondamentale dell’evoluzione narrativa e ludica di Metal Gear. Il problema, naturalmente, è che una collection del genere deve confrontarsi con una domanda inevitabile: quanto è ancora necessario tornare su questi giochi oggi?
La risposta è: molto, soprattutto per chi non li ha mai giocati, ma con qualche riserva per chi possiede già le versioni precedenti. MGS2 rimane ancora oggi un’opera incredibilmente particolare. La sua ambientazione tra la piattaforma petrolifera e l’area di Big Shell è soltanto il punto di partenza di una storia che affronta manipolazione dell’informazione, controllo sociale, intelligenza artificiale e costruzione della realtà. È uno di quei giochi che continuano a sorprendere perché alcune delle sue idee narrative sembrano diventare più attuali con il passare degli anni.

Dal punto di vista del gameplay, è invece uno dei momenti nei quali la formula stealth della serie diventa più raffinata. Nascondersi, distrarre le guardie, utilizzare l’ambiente e comprendere le loro routine rimane incredibilmente soddisfacente. Nonostante l’età, il sistema conserva una precisione che molti giochi moderni farebbero bene a studiare. Poi c’è Snake Eater, probabilmente il capitolo più amato dell’intero pacchetto.
La giungla sovietica degli anni Sessanta cambia completamente le regole. Qui non basta più controllare le guardie e sfruttare gli angoli dell’ambiente: bisogna preoccuparsi della mimetizzazione, della fame, delle ferite e della gestione delle risorse. L’ambientazione naturale diventa parte integrante del gameplay e trasforma l’infiltrazione in una vera esperienza di sopravvivenza. È anche il gioco nel quale la figura di Big Boss assume una dimensione molto più importante, dando origine a una delle storie più affascinanti dell’intera saga.
La raccolta permette quindi di apprezzare due filosofie molto differenti dello stealth: da una parte l’infiltrazione tecnologica e urbana di MGS2, dall’altra la sopravvivenza nella giungla di MGS3.E poi arriva Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots. Qui il discorso cambia completamente.

Guns of the Patriots è il capitolo più cinematografico del gruppo e probabilmente quello maggiormente legato alla conclusione di un’epoca. Solid Snake è ormai anziano e la sua storia arriva verso il punto di chiusura. Il gioco mette insieme personaggi, eventi e fili narrativi provenienti da anni di Metal Gear, offrendo un’esperienza che è quasi una celebrazione dell’intera saga.
È anche il capitolo più controverso dal punto di vista del rapporto tra gameplay e narrazione. Ci sono momenti nei quali il gioco sembra quasi voler essere un film interattivo, con lunghe sequenze narrative e una quantità enorme di dialoghi. Ma è difficile considerarlo un difetto quando si parla di Metal Gear Solid 4: la sua natura volutamente teatrale e melodrammatica è parte integrante della sua identità.
Il quarto capitolo è particolarmente importante anche perché la sua presenza in una raccolta moderna permette finalmente a una nuova generazione di giocatori di avvicinarsi a uno dei giochi più difficili da recuperare nel corso degli anni. Peace Walker, invece, rappresenta una sorta di ponte.

Originariamente nato su PSP, il gioco porta avanti la storia di Big Boss e approfondisce la nascita e l’evoluzione della sua organizzazione militare. La struttura è più episodica rispetto agli altri capitoli e presenta una componente gestionale particolarmente importante: reclutare soldati, sviluppare equipaggiamento e costruire progressivamente la propria forza. È anche il titolo che meglio dimostra quanto Metal Gear fosse disposto a sperimentare con formule differenti.
La varietà della raccolta è quindi enorme. Si passa dall’infiltrazione pura alla sopravvivenza, dall’esperienza cinematografica alla gestione della propria unità militare. Il vero punto di forza della Master Collection rimane comunque la possibilità di avere una parte così importante della storia in un unico posto. Per un nuovo giocatore, seguire l’evoluzione da Big Boss a Solid Snake attraverso questi capitoli permette di comprendere molto meglio la complessità dell’universo creato da Kojima.

Sul piano tecnico, tuttavia, bisogna mantenere aspettative realistiche. Questa non è una serie di remake completamente ricostruiti da zero. La collection punta principalmente a preservare i giochi originali, rendendoli disponibili su hardware moderno. Chi cerca una revisione grafica paragonabile a un remake moderno potrebbe quindi rimanere deluso. Ma, per certi versi, è anche la scelta giusta. Alterare pesantemente questi giochi avrebbe significato rischiare di perdere parte del loro carattere originale.
La questione più delicata riguarda il valore per chi possiede già i titoli. Se avete già accesso alle versioni precedenti, il motivo per acquistare nuovamente la raccolta dipende soprattutto dalle piattaforme e dalle nuove caratteristiche incluse. Per chi invece non ha mai avuto occasione di giocare alcuni di questi capitoli, il discorso è completamente diverso. A livello di contenuti, infatti, è difficile negare il peso storico della selezione.
MGS2, MGS3, MGS4 e Peace Walker raccontano una parte fondamentale della mitologia di Metal Gear e lo fanno attraverso quattro esperienze molto diverse. Il risultato è una collection che funziona soprattutto come archivio storico giocabile. Non serve soltanto a recuperare vecchi giochi: permette di vedere come lo stealth, la narrazione videoludica e la struttura delle grandi produzioni giapponesi siano cambiati nel corso degli anni.


