Da quando ho infilato il visore, Ghost Town mi ha catturato con la sua atmosfera: una Londra anni ’80 spettrale e misteriosa, in cui impersoni Edith Penrose, una cacciatrice di fantasmi determinata a ritrovare suo fratello scomparso. Il gioco prende il meglio dei suoi predecessori (The Room) e lo trasporta in una nuova avventura VR dove ogni angolo, ogni oggetto e ogni suono sembrano avere una storia da raccontare.

Il titolo
Il titolo funziona attraverso la fisicità della VR: hai una torcia in una mano, controller nell’altra e interagisci con l’ambiente puntando, afferrando, assemblando. Ciò trasforma l’esplorazione in una danza quasi tattile: risolvi sigilli magici, combini simboli arcani e liberazioni spirituali. Ogni volta che riesci a evocare un fantasma e accompagnarlo all’altra dimensione, la soddisfazione è tangibile.
La storia ti porta su un’isola scozzese isolata, al seguito di una chiaroveggente che promette risposte. L’esperienza narrativa si svela in modo non lineare: documenti sparsi, visioni eteree, dialoghi spezzati. La sensazione di scoprire pezzo dopo pezzo la verità è potente ed emotivamente coinvolgente.
I puzzle presentati sono intelligenti e ben calibrati: non chiedono scioglilingua mentali, ma consentono al tuo pensiero logico di premiare l’osservazione. Bastano indizi visivi, dettagli ambientali, o oggetti sembrati insignificanti per risolvere intere sequenze complesse. La sensazione è quella di far parte veramente del mondo, di interagire con quello che accade con la tua presenza fisica.

Gameplay ed altro
La realizzazione tecnica è di alto livello: su PSVR2 il frame rate è stabile, l’illuminazione è morbida ma viva, e il design dei livelli è coerente con un’ambientazione oscura anni ’80. Anche il sonoro accompagna perfettamente: passo di Edith sulla ghiaia, scricchiolii del legno, e sussurri di spiriti lontani contribuiscono ad un’atmosfera avvolgente e immersiva.
Alcuni giocatori potrebbero trovare il titolo breve — dura circa 8–10 ore, mercato VR docet — ma ogni ora è piena di tensione, di svolte narrative e di ambientazioni diverse (dal villaggio alla casa abbandonata al culmine su una collina antica). Il ritmo è ben calibrato: alterna momenti di calma narrativa a incontri con entità sovrannaturali e interazioni sorprendenti.
Un aspetto molto apprezzabile è il bilanciamento tra spaventoso e rispettoso: Ghost Town non punta ai jump scare. Preferisce una tensione sottile, un sussurro improvviso, un fantasma che appare senza rumore. L’approccio è più psicologico che da horror, il che amplia il pubblico senza snaturare il tono.


