Nel mare di titoli horror cooperativi che affollano Steam, Deathground riesce a distinguersi con un’idea tanto semplice quanto irresistibile: sopravvivere non a zombie o mutanti, ma a dinosauri. Eppure, al di là dell’elemento spettacolare, il gioco di Jaw Drop Games si rivela una sorpresa anche per chi cercava ben altro: tensione costante, cooperazione obbligata e un’atmosfera che unisce il fascino di Jurassic Park con la claustrofobia di Alien: Isolation. È un survival puro, che non cerca scorciatoie e non fa sconti.

La premessa è lineare: un gruppo di specialisti si ritrova in una struttura di ricerca abbandonata, teatro di esperimenti finiti male. Da quel momento, la priorità è una sola — sopravvivere — e ogni missione si trasforma in un esercizio di nervi e coordinazione. Nonostante l’impostazione cooperativa fino a quattro giocatori, Deathground funziona anche in solitaria, ma è nel multiplayer che rivela tutto il suo potenziale: la paura diventa un’esperienza condivisa, amplificata dal silenzio, dai sussurri, dai passi controllati e dai ringhi che risuonano dietro le pareti.
L’atmosfera è il punto forte assoluto. Fin dai primi minuti, Deathground riesce a trasmettere quella sensazione di vulnerabilità che ogni survival horror dovrebbe avere. I livelli sono bui, umidi, saturi di rumori ambientali — tubi che gocciolano, allarmi lontani, scricchiolii — e il suono distante di un predatore che si muove da qualche parte nel complesso. La luce della torcia, unica ancora di sicurezza, diventa presto un’arma a doppio taglio: illumina la strada, ma attira l’attenzione.

Il gameplay si basa su un equilibrio delicato tra esplorazione, furtività e cooperazione. Ogni missione richiede di raccogliere risorse, ripristinare alimentazioni, attivare sistemi o semplicemente scappare vivi. Ma la chiave del successo sta nella gestione del rumore: correre o sparare senza motivo significa condannarsi. I dinosauri, animati con cura e dotati di un’intelligenza artificiale sorprendentemente aggressiva, reagiscono a suoni, luci e persino al movimento. Non sono mostri da affrontare, ma presenze da evitare, e questa filosofia “anti-eroica” rende ogni incontro carico di tensione.
Il bestiario è vario e terrificante. Si parte dai classici velociraptor, rapidi e imprevedibili, fino a creature più grandi come i tirannosauri o i carnosauri, veri eventi catastrofici più che semplici nemici. Incontrarli è sempre un momento di panico puro, amplificato dalla prospettiva in prima persona che riduce la visibilità e costringe a muoversi lentamente, a tastoni. Anche la fisica dei corpi e l’uso del suono 3D contribuiscono a rendere la presenza dei predatori palpabile: quando senti il respiro di un raptor alle tue spalle, il riflesso istintivo è smettere di muoverti.

Dal punto di vista tecnico, Deathground fa un buon lavoro. Il motore grafico, pur non essendo di fascia altissima, regala ambienti ben modellati e creature animate con realismo. Le superfici umide, i riflessi e la nebbia dinamica costruiscono un’atmosfera credibile e opprimente. La direzione artistica, più che il dettaglio tecnico, è ciò che convince davvero: il gioco gioca con il buio, con la paura dell’ignoto, con la percezione limitata dello spazio. È un horror che lavora di sottrazione, lasciando spesso all’immaginazione il compito di riempire i vuoti.
Il comparto sonoro merita un plauso a parte. Deathground vive di suoni: passi lenti, urla improvvise, sibili che attraversano i condotti. La gestione del 3D audio è eccellente e trasforma l’uso delle cuffie in un obbligo, non in un optional. Il gioco non ha bisogno di jumpscare facili — basta il fruscio lontano di qualcosa che si muove tra le lamiere per gelare il sangue.
La cooperativa funziona bene, anche se con qualche riserva. Le sessioni online scorrono fluide e la comunicazione tra giocatori è essenziale per la sopravvivenza. Tuttavia, l’assenza di un sistema di progressione profonda o di personalizzazione dei personaggi limita un po’ la rigiocabilità nel lungo periodo. Le classi, come il tecnico, lo scout o il combattente, offrono differenze utili ma non radicali, e dopo alcune ore il rischio di ripetitività emerge. Sarebbe bastato poco — più eventi dinamici o una progressione narrativa più marcata — per mantenere la tensione costante.

Nonostante questi limiti, Deathground riesce là dove molti horror falliscono: ti fa temere il suono del tuo stesso respiro. È un gioco che ti obbliga a rallentare, ad ascoltare, a comunicare sottovoce con i compagni. L’adrenalina non nasce dal combattimento, ma dall’attesa, dall’idea che ogni passo possa essere quello sbagliato. È un ritorno a un tipo di paura primordiale, quella dell’essere cacciati da una creatura più grande, più forte e inesorabilmente silenziosa.
Tecnicamente solido, artisticamente ispirato e strutturalmente onesto, Deathground è un’esperienza che riesce a unire l’intensità dell’horror classico con il dinamismo della cooperazione moderna. Non punta alla quantità, ma alla qualità dell’esperienza: poche ore possono bastare per imprimersi nella memoria.


