Ci sono ambientazioni che hanno bisogno di pochissimo per creare tensione. Lo spazio, una casa abbandonata, una nave alla deriva. E poi c’è il fondo dell’oceano. Deepest Trench sceglie probabilmente una delle location più naturalmente inquietanti che si possano immaginare: la Fossa delle Marianne, un luogo nel quale l’oscurità, il silenzio e la sensazione di trovarsi completamente isolati fanno già metà del lavoro.
Il gioco di Favor Games ci porta nelle profondità dell’oceano durante una misteriosa operazione militare. La missione, almeno inizialmente, sembra abbastanza chiara: esplorare ciò che si nasconde negli abissi, affrontare i pericoli dell’ambiente e scoprire cosa sia successo nelle strutture che incontriamo durante la discesa. Naturalmente, più si scende e più la situazione comincia a complicarsi.
Deepest Trench è un’avventura che prova a mescolare esplorazione, puzzle, sopravvivenza e una componente narrativa costruita attorno ai misteri nascosti sotto l’oceano. Il risultato è un gioco con un’idea di base decisamente interessante, ma che riesce solo in parte a sfruttare il potenziale della sua ambientazione. Il primo elemento da sottolineare è la cooperativa locale, che rappresenta senza dubbio il cuore dell’esperienza.
Il gioco può essere affrontato anche in singolo, ma è evidente che molte delle sue meccaniche siano state pensate soprattutto per due giocatori. Su Xbox Series X|S è presente infatti la possibilità di giocare in split-screen locale, dividendo il lavoro, esplorando le varie aree e affrontando insieme gli ostacoli che si incontrano durante la missione.Ed è proprio quando si gioca in due che Deepest Trench riesce a mostrare il suo lato migliore.
La comunicazione diventa fondamentale. Bisogna osservare ciò che succede intorno a noi, capire dove andare, gestire i pericoli e collaborare per risolvere le situazioni che bloccano la progressione. In alcune fasi uno dei due giocatori può concentrarsi sull’ambiente e sui comandi da attivare, mentre l’altro deve affrontare direttamente i pericoli presenti nelle zone circostanti. L’idea funziona perché l’oceano profondo è un ambiente nel quale separarsi non sembra mai una buona idea.
L’oscurità riduce la visibilità, i pericoli possono arrivare improvvisamente e il senso di isolamento è costante. Quando la cooperazione funziona, il gioco riesce effettivamente a creare alcuni momenti interessanti: uno dei due giocatori individua un pericolo, l’altro cerca una soluzione e improvvisamente anche un semplice spostamento attraverso un’area buia può diventare più teso del previsto.
La gestione delle risorse aggiunge ulteriore pressione. Ossigeno, illuminazione e strumenti devono essere utilizzati con attenzione e contribuiscono a creare quella sensazione di vulnerabilità che si adatta perfettamente alla profondità dell’ambientazione. Il problema è che Deepest Trench non riesce sempre a trasformare queste buone idee in un gameplay altrettanto efficace.
I comandi rappresentano uno degli aspetti più problematici dell’esperienza. I movimenti possono risultare poco precisi e alcune interazioni danno la sensazione di essere più complicate del necessario. In un gioco che dovrebbe costruire la tensione attorno all’ambiente e ai pericoli della missione, ritrovarsi a combattere contro i controlli rischia inevitabilmente di spezzare l’immersione. Ed è un peccato, perché il concetto della cooperazione funziona.
Anche la struttura dei puzzle avrebbe potuto essere sfruttata maggiormente. Ci sono situazioni nelle quali bisogna osservare l’ambiente e collaborare per trovare la soluzione, ma con il passare del tempo alcune dinamiche tendono a ripetersi. La sensazione di scoprire qualcosa di nuovo nelle profondità della Fossa delle Marianne lascia progressivamente spazio a una struttura più prevedibile. Il gioco prova comunque a mantenere viva la curiosità attraverso documenti, indizi e informazioni che permettono di ricostruire ciò che si nasconde dietro la missione.
La componente narrativa non è particolarmente elaborata, ma l’idea di una spedizione militare segreta nelle profondità oceaniche è sufficiente per mantenere un minimo di interesse. Il problema è che dialoghi e doppiaggio non sempre riescono a sostenere l’atmosfera. Alcuni momenti rischiano addirittura di risultare involontariamente divertenti, spezzando completamente la tensione che l’ambiente aveva costruito. Dal punto di vista visivo, Deepest Trench vive una situazione simile.
Ci sono momenti nei quali l’ambientazione funziona davvero bene. Una zona immersa nell’oscurità, una luce che illumina improvvisamente una struttura abbandonata o la presenza di qualcosa che si muove oltre il nostro campo visivo riescono a sfruttare bene la paura dell’ignoto.Il problema è che la qualità generale degli ambienti non rimane sempre allo stesso livello. Alcune aree risultano piuttosto ripetitive e la presentazione tecnica non riesce sempre a restituire quella sensazione di profondità e oppressione che una location come la Fossa delle Marianne meriterebbe.
Anche i nemici contribuiscono solo parzialmente alla tensione. Gli incontri con le creature marine possono essere pericolosi, ma il sistema di combattimento e i controlli non rendono sempre questi momenti particolarmente divertenti. Quando funziona, però, Deepest Trench riesce comunque a creare qualcosa di interessante. Giocare con un’altra persona su un divano, ritrovarsi senza ossigeno mentre si cerca una strada, dover comunicare rapidamente perché un pericolo si sta avvicinando: sono tutti elementi che rendono il gioco più coinvolgente di quanto non sembri inizialmente.
Il punto è che il titolo avrebbe avuto bisogno di maggiore varietà e, soprattutto, di una rifinitura più accurata.La modalità cooperativa è quindi contemporaneamente il suo principale punto di forza e il motivo per cui consiglio di giocarlo quasi esclusivamente in compagnia. In singolo l’esperienza perde una parte importante della propria identità e i problemi di ritmo diventano molto più evidenti.
In due, invece, anche alcune imperfezioni possono diventare parte dell’esperienza. Non necessariamente perché siano positive, ma perché affrontare una situazione frustrante insieme può trasformarsi in un momento da ricordare. Deepest Trench non è il grande survival horror sottomarino che avrebbe potuto essere, ma rimane un piccolo progetto con un’ambientazione interessante e una cooperativa locale sempre più rara da trovare.

