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My Friendly Neighborhood! – Recensione

Appena acceso My Friendly Neighborhood, sono stato travolto da una sensazione curiosa: un incrocio tra lo stile educativo di un programma per bambini e la tensione dei survival horror classici. Interpreti Gordon, un tecnico mandato a riparare un vecchio studio televisivo dove trasmetteva il show “The Friendly Neighborhood”. Ma appena entri capisci subito che quei pupazzi sono qualcosa di molto diverso.

Il titolo

L’impatto iniziale è memorabile: un’animazione policroma interrotta da un’interferenza, un pupazzo per bambini che ti saluta come se fossi un amico, una canzoncina… e l’atmosfera cambia radicalmente. Non è paura cruda, ma un orrore innervato di stranezza; i pupazzi parlano come in cartoni animati, ma i loro messaggi sono sbagliati, distorti, inquietanti (“Wocka Wocka” diventa sinistro dentro un corridoio di cartone ricoperto di luci di studio).

Il gameplay è un omaggio ai survival anni 90: inventario su griglia in tempo reale, munizioni ridotte, safe room dove salvare usando monete, e risorse consumabili come il nastro adesivo che immobilizza i pupazzi definitivamente — altrimenti ricompaiono se torni nella stanza. Il mix tra limitazioni strategiche e gestione delle risorse rende ogni scelta significativa, ogni stanza potenzialmente pericolosa.

Le armi sono giocose e surreali: la Rolodexer spara lettere dell’alfabeto come se fossero ninja star, e il tutto è un richiamo nostalgico a show televisivi infantili, ma applicato con saggezza al contesto horror. Non troverai sangue, ma ogni colpo, ogni esplorazione è tesa al punto giusto. Il ritmo alterna puzzle ambientali non troppo complessi a momenti di tensione vera.

Gameplay ed altro

Il design delle ambientazioni è caratteristico: corridoi fatti di cartoni colorati, dietro le quinte di una produzione tv, ripRender di stanze labirintiche piene di mattoni e scenografie. Ogni area nasconde segreti, stanze nascoste, note e materiale che raccontano pezzi di storia. Il gioco è diviso in quattro sezioni principali, ognuna con il suo boss, e le ambientazioni evolvono dalla backstage alle sale prove fino all’esterno del quartiere televisivo.

C’è un senso di replay elevato: finali multipli (incluso uno “buonista” se aiuti i pupazzi) e contenuti post-game come la modalità Neighborhorde ti spingono a tornare nel quartiere dopo la campagna principale. Anche le difficoltà e i collezionabili incoraggiano a nuove run. Su console il gioco gira bene: frame rate stabile, caricamenti rapidi e interfaccia adattata al controller. Ogni comando resta intuitivo, senza tradire l’anima retro. Qualche bug tecnico può saltare fuori — luci lampeggianti o comportamenti glitch nei pupazzi — ma nulla che interrompa davvero il flusso.

L’intelligenza artificiale dei pupazzi è piuttosto semplice: attaccano a vista, non inseguono troppo con logica avanzata, ma lo stile è preciso. C’è charm in ogni loro frase ripetuta, nei balzi improvvisi, nel comportamento di massa quando si muovono tutti insieme. Il dialogo tra Gordon e Ricky, il pupazzo che cerca di aiutarti, è uno dei momenti narrativi più riusciti: leggero all’apparenza, ma carico di significato.

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