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The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline – Recensione

The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline è uno di quei progetti che attirano immediatamente l’attenzione per il modo in cui scelgono di utilizzare un immaginario conosciuto da tutti noi. Quando un videogioco decide di avvicinarsi alla figura di Dante Alighieri e alla Divina Commedia, il rischio è sempre quello di limitarsi a prendere in prestito qualche immagine dell’Inferno, qualche demone e alcuni riferimenti letterari per costruire un’ambientazione genericamente dark. Il titolo sceglie invece una strada più personale, utilizzando l’eredità di Dante come punto di partenza per un thriller psicologico nel quale famiglia, memoria e soprannaturale finiscono per intrecciarsi continuamente.

Il protagonista è Gabriele Alighieri, un uomo che ha cercato per tutta la vita di prendere le distanze dalla propria famiglia e da tutto ciò che il suo cognome rappresenta. Naturalmente, però, alcune eredità non possono essere semplicemente ignorate. Ogni trentatré anni il confine tra il mondo degli uomini e l’Inferno diventa sempre più fragile, fino a permettere a qualcosa di oscuro di attraversarlo. Per impedire che questo accada, un membro della famiglia Alighieri deve affrontare un antico Rituale, e questa volta il destino ricade proprio su Gabriele.

La premessa permette al gioco di costruire un horror molto diverso da quello a cui siamo abituati. Non ci sono armi, combattimenti o mostri da affrontare cercando di essere più forti di loro. Gabriele non è un guerriero e il giocatore non può risolvere i problemi eliminando tutto ciò che si trova davanti. L’obiettivo è sopravvivere, esplorare e soprattutto comprendere cosa stia realmente accadendo, perché il vero nemico non sembra essere soltanto ciò che arriva dall’Inferno, ma anche il passato che il protagonista ha cercato di dimenticare.

La villa della famiglia Alighieri rappresenta il cuore dell’esperienza. All’inizio appare come una dimora antica e silenziosa, piena di stanze, corridoi e oggetti che sembrano appartenere a un passato ormai morto. È proprio questa apparente normalità a rendere l’esplorazione progressivamente più inquietante, perché più si procede e più la villa comincia a trasformarsi. Gli ambienti cambiano, gli spazi perdono la loro logica e il giocatore si ritrova continuamente a chiedersi se ciò che sta osservando sia reale oppure una manifestazione di qualcosa di molto più oscuro.

Il gioco sfrutta questo concetto attraverso una dimensione distorta che riflette la villa e ne trasforma completamente l’identità. Non si tratta semplicemente di passare da un ambiente normale a una sua versione più cupa e sanguinosa, perché l’idea alla base è soprattutto psicologica. La villa rappresenta la famiglia, i ricordi e tutto ciò che Gabriele ha lasciato alle proprie spalle, mentre la sua controparte infernale porta in superficie paure e segreti che non possono più essere nascosti.

È proprio qui che il legame con Dante diventa più interessante. The Alighieri Circle non vuole raccontare nuovamente la storia della Divina Commedia, ma sembra voler utilizzare il viaggio attraverso l’Inferno come metafora. Il percorso di Gabriele diventa quindi un viaggio personale, nel quale ogni nuova scoperta lo avvicina alla verità ma lo costringe contemporaneamente a confrontarsi con qualcosa che forse avrebbe preferito non conoscere.

Le pagine perdute del poema e gli elementi legati al Rituale diventano parte della progressione narrativa, ma il gioco sembra voler andare oltre il semplice riferimento letterario. L’Inferno non è soltanto un luogo popolato da creature demoniache, ma uno spazio nel quale i sentimenti, i traumi e i ricordi assumono una forma concreta. Questa interpretazione permette al titolo di costruire un’identità più originale rispetto a un classico horror ispirato genericamente alla demonologia.

Anche gli enigmi seguono questa filosofia. L’esplorazione richiede di osservare attentamente l’ambiente, raccogliere documenti, trovare oggetti e comprendere il significato di simboli e riferimenti legati alla famiglia Alighieri. Naturalmente non mancano le situazioni più tradizionali, nelle quali bisogna trovare un determinato elemento per accedere a una nuova area, ma il contesto cerca di dare maggiore importanza alla scoperta della storia.

Il giocatore ha quindi la sensazione di ricostruire lentamente un puzzle. Ogni documento e ogni nuovo indizio aggiungono qualcosa alla vicenda, mentre Gabriele recupera progressivamente ricordi e informazioni che sembravano perduti. È una struttura che funziona bene proprio perché il protagonista non è un osservatore esterno: tutto ciò che sta cercando di scoprire riguarda direttamente lui e la sua famiglia.

Il ritmo potrebbe però dividere il pubblico. The Alighieri Circle non è un gioco pensato per chi cerca azione costante o un horror nel quale ogni pochi minuti bisogna fuggire da un mostro. L’assenza di combattimenti obbliga il giocatore ad accettare un’esperienza più lenta, basata sull’esplorazione e sulla costruzione della tensione. Ci sono momenti nei quali bisogna semplicemente osservare, ascoltare e cercare di comprendere cosa fare, una scelta che potrebbe risultare particolarmente interessante per chi ama gli horror narrativi ma meno coinvolgente per chi cerca un’esperienza più immediata.

Personalmente ritengo che questa scelta sia coerente con l’identità del progetto. Se l’Inferno rappresenta anche una manifestazione della mente di Gabriele, trasformare tutto in un gioco d’azione avrebbe probabilmente indebolito il significato dell’esperienza. Il fatto di non poter reagire con la forza rende invece il protagonista più vulnerabile e permette alla tensione di rimanere centrale.

L’ambientazione è senza dubbio uno degli elementi più interessanti. Una villa italiana, la storia di una famiglia legata al nome Alighieri e l’immaginario della Divina Commedia creano un contesto decisamente meno convenzionale rispetto ai classici ospedali abbandonati o laboratori segreti che spesso popolano il genere horror. Si percepisce la volontà di utilizzare elementi della cultura italiana senza trasformarli in semplici decorazioni.

Il gioco punta soprattutto sull’atmosfera. La paura non nasce esclusivamente dalla presenza di creature o da improvvisi jump scare, ma dalla trasformazione degli ambienti e dalla costante sensazione che qualcosa non sia al posto giusto. Una stanza apparentemente normale può diventare inquietante semplicemente perché qualcosa è cambiato rispetto all’ultima volta che l’abbiamo attraversata, e questo tipo di tensione psicologica sembra essere il vero punto di forza dell’esperienza.

Anche dal punto di vista artistico la contrapposizione tra la villa e la sua dimensione distorta permette di costruire immagini particolarmente suggestive. Da una parte ci sono ambienti legati alla memoria e alla realtà, dall’altra spazi nei quali l’Inferno sembra contaminare completamente la percezione del mondo. La visuale in prima persona contribuisce inoltre a rendere l’esplorazione più personale, perché ogni scoperta viene vissuta direttamente attraverso gli occhi del protagonista.

Il principale interrogativo riguarda naturalmente la capacità del gioco di sostenere tutte queste idee fino alla conclusione. Un thriller psicologico vive soprattutto grazie al ritmo della narrazione e alla qualità degli enigmi, e sarà importante evitare che l’esplorazione finisca per diventare troppo ripetitiva. Il concept, però, è decisamente interessante e la scelta di utilizzare Dante Alighieri e la sua eredità in questo modo permette al progetto di distinguersi.

The Alighieri Circle: Dante’s Bloodline non vuole essere un nuovo Resident Evil e non vuole nemmeno trasformare Dante in un protagonista di un soulslike. Preferisce raccontare un viaggio nell’Inferno attraverso gli occhi di un uomo costretto a confrontarsi con la propria famiglia e con tutto ciò che pensava di aver lasciato alle spalle. È proprio questa identità, più personale e meno convenzionale, a rendere il progetto interessante.

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